L’evoluzione sociale della donna

“La donna uscì dalla costola dell’uomo, non dai piedi per essere calpestata, non dalla testa per essere superiore ma dal lato, per essere uguale, sotto il braccio per essere protetta, accanto al cuore per essere amata.” William Shakespeare

Nel corso della storia abbiamo assistito ad una lenta evoluzione della posizione sociale della donna, evoluzione che ha da una parte implicato una rilettura dei principi di subordinazione della donna rispetto all’uomo e della netta separazione dei ruoli, mentre dall’altra ha portato al raggiungimento della parità dei diritti, ovvero all’emancipazione femminile.

Tale processo evolutivo  ha intrapreso diverse strade a seconda delle culture con cui ha impattato. In certi casi la donna ha ottenuto alti livelli di emancipazione come ad esempio il diritto al voto e la possibilità di lavorare per contribuire economicamente al mantenimento della famiglia, in altri, a causa di ostacoli politici, economici, giuridici e culturali è ancora lontana da questo traguardo.

Dal punto di vista socio-economico c’è stato il passaggio dalla gestione della casa e dei figli all’occupazione di un ruolo all’interno di un contesto lavorativo, talvolta anche di spicco. Nonostante l’acquisizione di questo nuovo ruolo sociale esistono ancora delle discriminazioni circa lo stipendio medio tra i generi e l’avanzamento di carriera risulta più difficile per la donna rispetto all’uomo, soprattutto quando si tratta di scegliere tra la carriera e la famiglia. Nonostante questo anche nei paesi dove l’emancipazione femminile è a livelli avanzati esistono alcune posizioni che rimangono precluse alle donne.

In altre culture, invece, le donne vengono tuttora trattate come schiave: vivono segregate in casa e dipendono totalmente dalla volontà di mariti, padri e fratelli; non possono guidare le loro macchine, per sposarsi hanno sempre bisogno della benedizione di un uomo della famiglia e possono interagire solo con le altre donne.

In altre ancora la discriminazione tra i sessi assume una particolare valenza in virtù del fatto che, al di là del fenomeno puramente sociale e di costume, la discriminazione ha un fondamento normativo evoluto all’interno di un società di stampo essenzialmente patriarcale e di conseguenza, di una società che ha relegato la donna in una posizione subalterna rispetto all’uomo.

È giusto però notare che alcuni paesi, in cui la discriminazione è ancora evidente, stanno facendo piccoli passi in favore dell’emancipazione femminile, attraverso, ad esempio, la limitazione o addirittura l’abolizione della poligamia, la crescita del livello di istruzione e favorendo l’ascesa della donna all’interno della vita pubblica.

I principi di cui si diceva all’inizio sono quindi stati reinterpretati in base alle diverse culture con cui sono entrati in contatto e troviamo disparità notevoli nel loro grado di applicazione. In alcuni contesti, per quanto riguarda la separazione dei ruoli maschili e femminili, assistiamo alla pratica della supplenza: nel nostro paese, ad esempio, l’uomo, in assenza della moglie, si occupa di tutti i lavori domestici così come la donna  può ricoprire i ruoli maschili, ad esempio lavorare fuori casa e rivestire incarichi rilevanti. In altri contesti non esiste questa supplenza: l’uomo comanda, sceglie, punisce e la donna è vista solo ed esclusivamente come uno strumento per la riproduzione.

Per quanto riguarda il concetto di gerarchia uomo- donna si è detto che ormai la parità dei sessi è pressoché diffusa, anzi, non va sottovalutata la reale personalità dei componenti della coppia, in cui a comandare può essere benissimo la moglie, e quindi si deve considerare l’evidente incongruenza tra le regole teoriche della società e la realtà effettiva. Anche questo principio vede delle resistenze in contesti culturali in cui la discriminazione tra i sessi dipende dal diritto e dal substrato culturale, i quali perdurano nell’imposizione di determinati atteggiamenti nei confronti dell’universo femminile e la donna continua ad essere concepita come figura subalterna all’uomo.

L’emancipazione, dunque, per le donne di alcuni paesi, è per lo più un desiderio irraggiungibile che però è sempre vivo e per il quale la lotta perdura.

Laddove invece questo principio è accolto e rispettato, si vede la costruzione di un altro aspetto della relazione paritaria tra donna e uomo, ossia la collaborazione, in vari aspetti della loro vita ma in particolare al lavoro e in famiglia.

Nel mondo del lavoro i team sono composti da entrambi i sessi che collaborano per sviluppare nuove idee e nuovi prodotti, mettendo in campo le proprie conoscenze, le proprie competenze e la propria intelligenza, così come in famiglia madri e padri collaborano per garantire il benessere dei propri figli e la gestione della casa, mettendoci passione, costruendo compromessi e attivando strategie che nutrono il legame di coppia.

Di fatto, dunque, appare chiaro che la collaborazione di donne e uomini, ciascuno col proprio contributo, porti a risultati proficui per lo sviluppo della famiglia, della società, della cultura e dell’economia di un paese.

È importante fare un’ultima riflessione sul concetto di emancipazione, che, ricordo, è basato sulla parità. Se la donna impiegasse la sua emancipazione per imporsi sull’uomo perderebbe di vista il significato e  l’obiettivo dell’emancipazione stessa, creando nuovamente una condizione di subalternità tra sessi. È necessario non ripetere l’errore.

In conclusione, l’evoluzione del ruolo sociale della donna, dove ha trovato le condizioni per insediarsi e svilupparsi, ha messo in luce qualità e capacità prima sconosciute all’uomo, ha fatto emergere un aspetto emotivo dell’universo maschile che l’ha migliorato nelle relazioni e ha mostrato come sia costruttivo il rapporto tra i sessi in funzione di un obiettivo comune e del benessere collettivo.

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